Modernità montana. Paesaggi idroelettrici nelle Alpi

Modernità montana. Paesaggi idroelettrici nelle Alpi

 

Giorgio Azzoni

 

 

Le fotografie, degli anni cinquanta e recenti, presentano in estrema sintesi la trasformazione energetica del paesaggio che investì le Alpi nel corso del Novecento, vicenda emblematica all’interno della nuova geografia delle risorse che coinvolse i luoghi montani sino alle alte quote. La mobilitazione totale del lavoro determinò il declino della sacralità delle vette, aprendo la montagna alla potenza dell’organizzazione tecnico-produttiva idroelettrica. Le immagini, aziendali e autoriali, esprimono la forza (idraulica) della forma d’ingegneria e la leggerezza (elettrica) del segno architettonico, inserite nel paesaggio montano.

Dall’estetica della Tecnica la modernità novecentesca ha assunto i concetti di funzionalità, selezione, adeguatezza e razionalità strumentale. Mentre nelle infrastrutture idroelettriche trova particolare fondamento un’architettura impostata sulla concretezza e sull’efficacia della realizzazione correlata alla morfologia dell’ambiente fisico, nelle centrali si afferma una forma sempre più condensata nell’evidenza dei volumi.

Ingegneri e architetti furono coinvolti per rispondere, rispettivamente, a esigenze tecniche ed estetiche: se per l’ingegnere l’edificazione è prevalentemente questione di stabilità e di efficienza (una questione scientifica), per l’architetto è anche destinata a contenere un senso (una questione artistica). “Il costruire è arte anche in quei suoi aspetti più tecnici che si riferiscono alla stabilità strutturale” scrisse Pier Luigi Nervi nel 1945, riconoscendo che la costruzione non può dipendere esclusivamente da calcoli astratti, ma deve adeguarsi ai vincoli di un contesto. Promosse da una logica produttiva che manifesta qualità e contraddizioni della Modernità, le dighe di Claudio Marcello e le centrali di Gio Ponti, nella loro sintesi formale, esprimono una relazione dialettica tra forma costruita e contesto naturale montano. Il rapporto tra architettura e natura appare legato alla differenziazione tra artificiale e naturale ed è fondato sull’esclusione di ogni intenzione mimetica e sul valore delle regole costruttive, come dispositivo di relazione tra l’estetica dell’intervento umano e la forma dell’ambiente. “È bellissimo che nel disordine meraviglioso della natura, sorga un’architettura rigorosa e semplice come un cristallo“. (Gio Ponti, Amate l’architettura).

PALAZZO LOMBARDIA

(Sala Biagi, ingresso n. 4, 1° piano)

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