Abstract Relatori

ABSTRACT RELATORI

 

 

1^ SESSIONE - UNO SGUARDO INTERNAZIONALE

 

 

Franziska Bollerey

(Prof. Emeritus TE Delft; Member of the Scientific Advisory Board of the Bauhaus in Dessau)

La fotografia dell’architettura negli anni Venti. Documentazione e sperimentazione

The Architecture Of The 1920ies Through The Camera Eye - The genre of portraying architecture, cities and landscape is common since the mid of the nineteenth century. Baldus, Atget, Marville, Stieglitz, Langdon Coburn, Steichen and in Italy the Alinari brothers were amongst the most famous photographers. With them and reproduction techniques, which Benjamin rightly analyzes as a step to mass-medialization, the iconologization of architecture starts. Especially the ideology of 1920ies functionalism would not have had its worldwide influence without the distribution of photographies in the print media and exhibitions as well as archiving all this material. Amateur photographers, among them architects such as Mendelsohn and Gropius, and professional photographers were eager to document the newest architectural achievements. After the move of the Bauhaus from Weimar to Dessau photography played an ever increasing role in this institution. Gropius, aware of the PR-effect, asked professionally-trained Lucia Moholy-Nagy to come up with a series of photos produced as postcards and material for journalists. Thus the Bauhaus building was transformed into an icon and vulgarized into something like a “Bauhaus-Style”. But realistic documentation was only one part. Parallel to it experimentation stimulated the protagonists: photograms, typophotography, double exposures and extreme spatial positions of the camera were employed. Highlight in the year 1925 was Moholy-Nagy’s book “Film, Foto und Malerei” and in 1929 the international exhibition “Film and Foto” in Stuttgart in Germany.

 

Maria Inmaculada Aguilar Civeira

(Cátedra Demetrio Ribes, Universidad de Valencia; Consellería de Infraestructuras, Territorio y Medio Ambiente)

Lo sguardo dell’ingegnere.

Fotografia e opere pubbliche in Spagna nel Novecento: caratteristiche di un genere

La mirada del ingeniero. Fotografía e ingeniería civil en la España del siglo XX. Características de un género - La construcción de Obras Públicas durante la segunda mitad del siglo XIX será uno de los motivos más sugerente de los primeros pasos de la fotografía en España. Instituciones gubernamentales y empresas rindieron culto al progreso y a la modernidad del siglo con unos singulares álbumes fotográficos o reportajes selectivos. Un nuevo soporte de prestigio que fue antecedente de la fotografía técnica y corporativa. Para las grandes empresas del siglo XX la fotografía fue un claro recurso de marketing, de propaganda tanto de sus infraestructuras o instalaciones fabriles, como de sus productos. La incorporación de la fototipia y el fotograbado en los medios de comunicación democratizó la imagen fotográfica y la mirada hacia la ingeniería civil formó parte de lo cotidiano; llegó igualmente la mirada del fotógrafo aficionado. Registrar, documentar, mostrar, trasmitir, comercializar, forman parte de los objetivos de este género. Características que ya surgen definidas en el siglo XIX y que, con ciertos matices, se mantienen en el siglo XX. Si los álbumes de Obras públicas de la segunda mitad del siglo XIX serán los protagonistas del origen del género, las grandes colecciones fotográficas como la de La Maquinista Valenciana, los Docks Comerciales del puerto de Valencia, la Compañía siderúrgica del Mediterráneo y la Unión Naval de Levante se presentan como representativas del siglo XX.

 

Valeria Carullo

(RIBA - Royal Institute of British Architects, London.)

Il Razionalismo italiano nello sguardo d’Oltremanica

Rispetto ad altri paesi europei il Movimento Moderno si e’ affermato con relativo ritardo sia in Gran Bretagna che in Italia; non deve quindi sorprendere che prima del 1934 vi sia stata una scarsa visibilita’ oltremanica delle opere di architettura moderna italiana. In quell’ anno il Royal Institute of British Architects organizzò nella sua sede appena inaugurata un’esposizione che mirava ad esibire le migliori opere internazionali di architettura del decennio precedente. Tra le opere presenti in mostra vi erano progetti di Pietro Lingeri, Gino Levi-Montalcini, Edoardo Persico e Marcello Nizzoli. Da allora vi è stato un cauto ma ricorrente interesse nelle vicende del Razionalismo italiano, per lo più libero dalle automatiche associazioni col regime fascista che hanno inevitabilmente influenzato la visione autoctona di quell’epoca. La fotografia è stata spesso il tramite per la scoperta, la ri-scoperta e la rivalutazione dell’architettura di quel periodo. Questo intervento presenta una panoramica del modo in cui l’architettura razionalista italiana è stata letta dal mondo professionale britannico, dalle reazioni iniziali fino a riflessioni più recenti, e sottolinea il ruolo della fotografia come intermediaria di informazioni e interpretazioni.

 

 

Angelo Maggi

(IUAV - Istituto Universitario di Architettura di Venezia)

Re-interpreting Italy Builds: l'architettura italiana secondo George Everard Kidder Smith

Il volume dell’americano George Everard Kidder Smith intitolato Italy builds [L’Italia costruisce. Sua architettura moderna e sua eredità indigena] (1955), è una raccolta di sorprendenti fotografie d’architettura arricchita da commenti critici. Le svariate forme di narrazione adottate dall'autore restituiscono valore allo studio della cultura architettonica italiana diventando guida per ogni giovane architetto di quegli anni. Formatosi come architetto e utilizzando la fotocamera come uno strumento di analisi documentaria, Kidder Smith racconta la storia, ma in nessun modo si considera uno storico dell’architettura. Egli registra semplicemente ciò che lo aveva colpito durante il suo soggiorno in Italia agli inizi degli anni cinquanta. Le fotografie accompagnate dai suoi testi rivelano l’interesse per le tradizioni costruttive e per le innovazioni creative del dopoguerra. Il suo sguardo nella prima parte si concentra sulle forme solide in muratura, sulle tipologie architettoniche in legno, sull’edilizia funzionale permeata di solenne rispetto per il paesaggio. Quando invece Kidder Smith descrive l’architettura italiana moderna egli sviluppa nuovi standard di giudizio. Le sue immagini racchiudono la grande gamma di esperienze moderniste in Italia, sempre elegante, e di solito con un tocco intelligente. L’intervento si concentrerà sul successo della fotografia d’architettura e della critica personale portando alla luce nuovi modi di comprendere entrambi i campi.

 

 

 

2^ SESSIONE - ARCHITETTI ITALIANI E LA FOTOGRAFIA

 

 

Luigi Spinelli

(Politecnico di Milano)

La fotografia e le riviste italiane di architettura: la “Domus” di Gio Ponti

La fotografia ha documentato con modalità diverse il percorso dell’architettura del Novecento sulle riviste di settore. Dopo una breve rassegna del fenomeno, l’intervento si concentra in particolare su “Domus” perché, più di altre, è la rivista che per un lungo periodo ha sperimentato gli aspetti della comunicazione, accompagnando l’evoluzione della fotografia di architettura e design. Dal primo periodo caratterizzato dall’educazione ad uno stile dell’abitare, agli anni del progresso produttivo di materiali da costruzione, ai quali “Domus” assegna un’estetica di brevi e espressive didascalie, fino al dopoguerra, dopo l’intermezzo della direzione di Ernesto Rogers, quando Gio Ponti rilancia il ruolo comunicativo della rivista attraverso l’interazione tra grafica e fotografia. Un progetto moderno, in compresenza di “Casabella” e “Stile Industria”, che si identifica con le tecniche di Giorgio Casali e con episodi in cui sono gli stessi architetti a proporsi fotoreporter di architettura.

 

 

Ornella Selvafolta

(Politecnico di Milano)

Architetti moderni e fotografia: Luigi Figini come caso studio

Come altri architetti moderni Luigi Figini e Gino Pollini hanno dimostrato particolare interesse per la fotografia e l’hanno entrambi variamente praticata nel corso del loro lavoro: quale strumento di indagine e di conoscenza, di interpretazione e di comunicazione e, non raramente, quale componente stessa del progetto. Nel caso di Luigi Figini tale disposizione si accentua e si arricchisce nella tendenza ad approfondire le potenzialità della fotografia, sia come mezzo tecnico e linguaggio espressivo, sia come testimonianza dei rapporti che intercorrono tra storia e modernità, tra architettura, natura e ambiente. La relazione riflette su questi temi evidenziando, tramite la fotografia, la personale poetica e il contributo di Luigi Figini alla cultura architettonica italiana del Novecento.

 

 

Fulvio Irace

(Politecnico di Milano)

Fotografare per interpretare: l'immagine del Novecento e la storiografia

La relazione assume la cosiddetta architettura del 900 milanese come caso studio per dimostrare il ruolo critico della fotografia come strumento di costruzione dell’immagine storiografica. In particolare si farà riferimento all’opera di Gabriele Basilico e al lavoro svolto in occasione di due mostre particolarmente rilevanti per il tema in oggetto: “La Metafisica: gli anni Venti” (Bologna, 1980) e “AnniTrenta. Arte e Cultura in Italia” (Milano, 1982). In entrambe le mostre infatti si evidenziavano i limiti (e le lacune) di una storiografia che aveva condannato al mutismo interi fotogrammi della storia architettonica italiana.

Per essere valutati avevano bisogno della parola come dell’immagine. Bisognava cioè creare una nuova iconografia: innanzitutto perché praticamente non ne esisteva quasi alcuna, ma soprattutto perché solo una energica visione poteva reintrodurli efficacemente nella contemporaneità. Analizzando scatti e provini dall’archivio del fotografo milanese, si cercherà di dimostrare la funzione della fotografia come portatrice di un’interpretazione.

 

 

Ferdinando Zanzottera

(Politecnico di Milano)

La fotografia in Virgilio Vercelloni committente e progettista di racconti visuali

Nella poliedrica attività di studio e progettuale dell’architetto Virgilio Vercelloni, figura complessa della cultura milanese e dell’operare architettonico degli anni sessanta-novanta, grande importanza hanno ricoperto le immagini e le fotografie, intese anche come possibilità per una innovativa comunicazione.

L’impiego della fotografia d’autore, spesso connessa con specifiche campagne appositamente commissionate e meticolosamente studiate, costituiva per lui un elemento imprescindibile del racconto architettonico, dal cantiere al design di un oggetto correlato alla città e al verde. Essa non era solo portatrice di racconti storico-architettonici o sociologico-spaziali ma era parte integrante del suo modo di intendere il processo culturale ed elemento essenziale della divulgazione dei saperi, caratterizzati da eterogenei livelli di lettura che si è espresso in forma compiuta di mostre, volumi, saggi, film, lezioni e molto altri temi sui quali la relazione indugia.

 

 

Fabio Mangone

(Università degli Studi di Napoli Federico II)

Roberto Pane: fotografia, architettura, città

Roberto Pane è nel 1922 tra i primi laureati della Scuola di Architettura romana diretta da Giovannoni. Nell’ambito di una lunga e multiforme carriera, l’attività di architetto- progettista, pure segnata da importanti costruzioni, assume minor peso rispetto a quella di architetto-restauratore e di storico, di teorico della tutela e di urbanista. Elegante disegnatore e raffinato incisore secondo la tecnica dell’acquaforte, Pane è sin dall’inizio della sua carriera interessato alle forme di comunicazione visiva, non solo come espressione di un’innata vena artistica, ma anche come fondamentale strumento di interpretazione e valutazione dell’architettura e della città, essendo peraltro fortemente influenzato dalle teorie formalistiche e purovisibiliste.

Nell’ambito della sua molteplice attività, dagli anni trenta in poi la fotografia assume un ruolo sempre più importante. Mentre solo implicitamente rappresenta uno strumento di espressione, è soprattutto un essenziale strumento di indagine, di interpretazione, di documentazione essenziale, in grado di aprire nuove prospettive di lavoro e importanti affinamenti metodologici al critico, allo storico, all’urbanista. Soprattutto nel secondo dopoguerra, filtrando alla luce di una peculiare posizione intellettuale il clima culturale del neorealismo, Pane utilizza con sapienza l’obiettivo, come imprescindibile strumento per definire in termini tutt’affatto innovativi la nozione d’ambiente, superando il tradizionale concetto pittorico di paesaggio ereditato dal secolo precedente. La sua peculiare sensibilità gli consente di valorizzare il ruolo della fotografia, a cui più tardi si affiancherà il cinema, nel definire e cogliere gli elementi caratterizzanti di un sito urbano o extraurbano: per quanto la nozione di ambiente comprenda anche il “colore locale”, Pane utilizza l’oobiettivo non per cogliere un attimo specifico, una condizione particolare di luce, o uno speciale accadimento folkloristico, quanto piuttosto per contribuire a definire i tratti essenziali e permanenti di un ambiente inteso come intreccio inestricabile di “costruito e natura”, di “urbs e civitas”. Cosi accanto al disegno, ma più durevolmente, accanto alla ripresa cinematografica, ma più estensivamente, la fotografia diventa una componente essenziale di una complessiva e lucida attività intellettuale che si articola tanto attraverso la produzione e l’accumulo di documentazione essenziale che alimenta ricerche e riflessioni, quanto in importanti output quali articoli, riviste, mostre.

 

 

 

 

3^ SESSIONE - RACCOLTE, ARCHIVI, ISTITUZIONI

 

 

Renata Meazza, Enzo Minervini

(Regione Lombardia)

Tra documento e interpretazione: fotografie d'architettura negli archivi di Regione Lombardia

Il contributo nasce dalle esperienze di committenza, raccolta e conservazione di materiali fotografici legate all’attività del Settore Cultura della Regione Lombardia e più specificamente dell’Ufficio Cultura del Mondo Popolare che ha prodotto l’Archivio di Etnografia e Storia Sociale “AESS” e del Sistema Informativo Regionale Beni Culturali “SIRBeC”. Gli Archivi dell’Immagine, componente ‘visiva’ dell’Archivio di Etnografia e Storia Sociale sono stati costituiti attraverso una serie di committenze mirate e di acquisizioni di fondi fotografici preesistenti. Questi archivi sono composti da fotografie riguardanti tematiche tra loro differenti, dal reportage al ritratto, dallo still life alla fotografia di architettura e paesaggio. Nell’ambito della riflessione stimolata dall’esperienza legata alla gestione e alla classificazione di un Archivio che conserva centinaia di migliaia di immagini oltre che dal tema stesso di questo convegno cercheremo di proporre una duplice chiave di lettura delle immagini distinguendo tra fotografie di mera documentazione e fotografie che invece interpretano un edificio, un paesaggio antropizzato, un bene culturale o un cantiere o anche la semplice materialità di un manufatto architettonico.

 

 

Silvia Paoli

(Civico Archivio Fotografico, Musei del Castello Sforzesco, Milano)

Architetti e architetture del Novecento nelle fotografie di Paolo Monti

Paolo Monti (1908 – 1982) apre uno studio professionale a Milano nel 1953. Il 12 aprile 1956 riaprono i Musei al Castello Sforzesco di Milano con i nuovi allestimenti del gruppo BPR e Monti realizza un ampio servizio fotografico, introducendo, rispetto a fotografi che lavorano nello stesso periodo al Castello, un'attenzione diversa agli ambienti, ai rapporti spaziali e ai dettagli architettonici: dopo i Musei del Castello di Milano, Monti documenta soprattutto i progetti di Carlo Scarpa (il negozio Olivetti e la fondazione Querini Stampalia a Venezia, il Museo di Castelvecchio a Verona, il negozio Gavina a Bologna, Palazzo Abatellis di Palermo) e di Franco Albini (come il Tesoro della Cripta di S. Lorenzo a Genova) con un’attenzione che fa di Monti uno dei migliori fotografi d'architettura, come dirà Zannier, capace di un nuovo e diverso “stile” fotografico. e di un vero e proprio rinnovamento nel campo della fotografia di architettura.

 

 

Tommaso Tofanetti

(Biblioteca del progetto e Archivio storico, Fondazione La Triennale di Milano)

Fotografia, allestimenti, architetture effimere nelle Triennali di Milano

Ephémera, efe - mera (aggettivo efemerios) significa di un solo giorno, da cui il termine effimero, contrario di permanente, e la sua accezione in parte negativa. Osservando le architetture effimere che le esposizioni internazionali della Triennale hanno prodotto ed ospitato comprenderemmo il significato reale di effimero, in linea con la durata delle esposizioni, mantenendo la voglia di scoprire queste opere e di restituirle al pubblico. La fotografia nel Novecento e le riprese video realizzate dagli anni Trenta ad oggi rimangono il modo migliore e più immediato, insieme ai disegni gra6ici e architettonici e alle tavole costruttive, per mantenere la memoria dei progetti realizzati, considerando la corretta conservazione dei materiali che permetta la valorizzazione e la divulgazione delle architetture non permanenti.

 

 

Maria Fratelli, Elisabetta Pernich

(CASVA - Centro di Alti Studi sulle Arti Visive, Milano)

Oggetti di memoria. Fotografie di architettura negli archivi del CASVA

La fotografia riproduce il reale? O è invenzione? L’analisi delle serie fotografiche all’interno degli archivi di architettura del CASVA ci indica che la risposta alla domanda può essere tanto positiva che negativa. La ragione di questa duplicità dipende in gran parte da dove opera la fotografia nel processo di produzione di un progetto. Generalmente negli archivi si osserva che gli architetti usano fotografare le architetture che stanno producendo, senza scopi particolarmente artistici: il preesistente, il cantiere, il costruito sono testimoniati negli archivi da fotografie scattate personalmente o attraverso fotografi non professionisti (Archivio Gnecchi Ruscone; Archivio Drugman). Si avvalgono invece di fotografi professionisti, anche di grande nome, quando il progetto finito diventa bene di consumo e di conseguenza deve essere promosso e comunicato. In questo caso la fotografia da strumento di lavoro diviene lei stessa prodotto (archivio Roberto Sambonet).

Tra i due estremi stanno tutte le declinazioni possibili derivanti dalla qualità dello sguardo critico del fotografo: così che scatti eseguiti per mera documentazione possono assurgere alla qualità dell’arte (Archivio Vercelloni). Il valore di realtà della fotografia torna ad apparire prepotentemente quando –a distanza di tempo- diventa ausilio allo studio dell’architettura e del design; le immagini tornano a essere copia conforme di una realtà che non esiste più: anche quando rimangono gli edifici o gli oggetti solo la fotografia mantiene inalterato la memoria del loro tempo e concorre così a costruire l’idea del pensiero progettuale originario.

 

 

Susanna Zatti

(Musei Civici di Pavia)

La trasformazione urbana di Pavia fascista nelle fotografie dell'Archivio Chiolini

L’archivio fotografico di Guglielmo Chiolini (1900-1991) è stato acquistato dal Comune di Pavia nel 2009; è ora collocato presso i Musei Civici del Castello Visconteo. Esso consta di oltre 880.000 immagini tra negativi e positivi, ordinati in più di 14.000 scatole. L’attività del fotografo Chiolini aveva preso le mosse nel 1926 e si era protratta sino alla morte.

Se a partire dalla metà degli anni ’60 l’azienda Chiolini aveva ricevuto commesse di carattere internazionale, relative alla documentazione di cantieri di grandi infrastrutture (l’Autostrada del Sole, trafori, ecc.), la produzione degli anni del Fascismo era rivolta quasi esclusivamente alla cronaca della vita cittadina e delle sue trasformazioni edilizie. Gli studi fin qui condotti su questo immenso fondo hanno privilegiato quest’ultima attività, così da restituire un’immagine molto nitida e icastica dell’architettura pavese tra Eclettismo e Razionalismo.

 

 

Fabrizio Trisoglio

(Fondazione AEM- Gruppo A2A)

I fotografi dell'energia: uomini, architetture e territori nell'Archivio storico fotografico Aem

Fondazione AEM fu costituita nel 2007 allo scopo di preservare il patrimonio storico-industriale dell’Azienda Elettrica Municipale di Milano (AEM), una delle più importanti imprese energetiche italiane (oggi Gruppo A2A), istituita nel 1910 dal Comune di Milano per provvedere alla produzione e distribuzione di energia elettrica per l’illuminazione pubblica.

Durante la sua storia centenaria l’impresa ha infatti prodotto un vasto patrimonio culturale che comprende oggi archivi storici, edifici di interesse archeologico-industriale, fonti orali e molto altro ancora. Di particolare rilevanza è il grande archivio storico fotografico, dichiarato di interesse storico-culturale e composto da circa 200.000 immagini, che testimonia non solo lo sviluppo dell’azienda municipalizzata ma anche la storia della crescita industriale a Milano e in Lombardia. Diviso in diversi fondi, l’archivio raccoglie le immagini delle grandi realizzazioni di AEM commissionate dall’impresa a fotografi del calibro di Antonio Paoletti, Vincenzo Aragozzini, Guglielmo Chiolini, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin e Francesco Radino. Dal 2013 la Fondazione promuove mostre annuali sulla storia e sul patrimonio fotografico di AEM allo scopo di diffonderne e ampliarne la conoscenza.

 

 

Andrea Lovati

(Archivio storico, Fondazione Fiera Milano)

La fotografia e la comunicazione d'impresa alla Fiera Campionaria di Milano

L’archivio Storico di Fondazione Fiera Milano conserva oltre 200 mila immagini fotografiche, gran parte inerenti la Fiera Campionaria, mostra generalista per eccellenza, nata nel 1920. La Campionaria era la vetrina privilegiata del Made in Italy e le aziende, dai grandi brand ai piccoli espositori, vi portavano il meglio della produzione. Nelle due settimane di apertura la Campionaria attraeva milioni di visitatori e la battaglia per accaparrassi un po’ di visibilità era quindi serrata. Per le aziende diventava fondamentale accompagnare il proprio stand in Fiera con una adeguata comunicazione, relativa certo ai nuovi prodotti, ma anche a raccontare il proprio brand. Grazie alle fotografie d’archivio abbiamo così la possibilità di leggere diversi aspetti della comunicazione aziendale, dai cambiamenti degli stilemi pubblicitari fino alle diverse tecniche di marketing utilizzate negli anni.

 

 

Paolo Galimberti

(U.O.S. Beni Culturali, IRCCS Ca'Granda Ospedale Maggiore di Milano)

Un committente inaspettato: l’Ospedale Maggiore di Milano

L’Ospedale Maggiore è stato in passato una delle presenze architettoniche e urbanistiche più significative di Milano, con la Ca’ Granda di Filarete e Richini, ma anche con il Lazzaretto e la “rotonda” di via Besana.

Nel Novecento viene esplicata un’intensa attività edificatoria, con nuove fabbriche: i padiglioni del Policlinico, gli ospedali di Niguarda, di Sesto San Giovanni, San Carlo. Fuori città viene promossa la costruzione di moderne case coloniche.

Le architetture sono illustrate dalla documentazione fotografica conservata in archivio, con scatti e campagne spesso commissionate a professionisti. Vengono documentati anche gli allestimenti realizzati in occasione di esposizioni temporanee. Le immagini sono interessanti inoltre per la possibilità di integrare diverse fonti: iconografiche, documentarie, artistiche.

 

 

Roberta Valtorta

(Fondazione Museo della Fotografia contemporanea, Cinisello Balsamo, Archivio dello spazio)

Il progetto Archivio dello Spazio 1987-1997: leggere l'architettura storica nel paesaggio contemporaneo

Archivio dello spazio (1987-1997) è riconosciuto come il progetto di committenza pubblica per la fotografia di più lunga durata a livello non solo italiano ma europeo. Voluto dalla Provincia di Milano come parte del progetto Beni Architettonici e Ambientali, ha impegnato 58 fotografi di architettura e paesaggio (tra i quali O. Barbieri, G. Basilico, G. Berengo Gardin, R. Bossaglia, V. Castella, G. Chiaramonte, C. Colombo, M. Cresci, P. De Pietri, V. Fossati, L. Ghirri, G. Guidi, M. Jodice, W. Niedermayr, F. Radino, P. Rosselli, G. Tatge) in 7 campagne fotografiche sui 192 territori comunali della Provincia di Milano e ha prodotto 7465 fotografie (oggi conservate dal Museo di Fotografia Contemporanea). A partire dalla rilevazione condotta dal CEDAR, dal CBCA, dall’ISAL, dal PIM, gli autori hanno dato una libera lettura dei beni architettonici e ambientali ponendoli però in relazione con il paesaggio nel quale essi si trovano collocati, al fine di stimolare una riflessione sul difficile rapporto tra la memoria storica e la contemporaneità in un territorio, quello milanese, particolarmente segnato da un forte sviluppo economico e da un contraddittorio passaggio alla fase postindustriale.

 

 

Paolo Carpi

(Studio Baukuh, Milano)

La Casa della Memoria di Milano

La Casa della Memoria è una casa, una casa comune, dove i milanesi trovano protezione per alcuni oggetti che vogliono conservare. Nessuno abita nella Casa della Memoria, e casa, in questo contesto, significa riparo, luogo protetto, guscio che cristallizza la fragilità del ricordo nel flusso della metropoli. Il nome “casa”, fin troppo familiare, ribadisce paradossalmente la monumentalità dell’edificio, facendone un archetipo, un simbolo. La casa diventa un oggetto da esporre e proteggere, un tesoro da circondare con un involucro che la avvolga e la protegga. La Casa della Memoria è un monumento.

Il rapporto tra la memoria e la Casa della Memoria non può essere immaginato come una semplice traduzione. La Milano contemporanea non possiede una memoria indiscutibile, largamente condivisa, da trasferire senza indugi nella pietra. Piuttosto che considerare la Casa della Memoria come espressione di una memoria condivisa, conviene immaginarla come strumento della discussione sulle differenti memorie che convivono nella città.

La decisione di affidare ad un edificio la trasmissione della memoria assume un significato particolare all’interno della società contemporanea. La nostra società appare infatti piuttosto restia (e non senza ragioni) ai tentativi di fissare l’immagine del passato in qualcosa di fermo, non ulteriormente negoziabile, come un edificio. Proprio in questo risiede tuttavia il fascino e la potenzialità della Casa della Memoria: nella possibilità di combinare l’inerzia e la lentezza dell’architettura con la mutevolezza e la rapidità dei media contemporanei.

 

 

 

4^ SESSIONE - CANTIERI: COSTRUZIONE E INTERVENTI SUCCESSIVI

 

 

Sergio Poretti, Tullia Iori

(Università di Roma Tor Vergata)

Fotogenia della struttura

L’intervento si inserisce nell’ambito della ricerca SIXXI, finanziato nel 2012 da un Advanced Grant del Consiglio Europeo della Ricerca, che ha l’obiettivo di ricostruire la Storia dell’ingegneria strutturale in Italia nell’Ottocento e nel Novecento.

In questa ricerca, la fotografia ha un ruolo centrale. Da una parte offre una documentazione insostituibile per indagare il modo di costruire le grandi strutture in Italia, fissando irripetibilmente momenti topici della vita dei cantieri. Dall’altra, è testimonianza flagrante delle tappe cruciali della modernizzazione - del tutto peculiare - del Paese, a cui l’ingegneria partecipa da protagonista.

Con una veloce carrellata di fotografie recuperate negli archivi più diversi – parte in quelli classici, dei fotografi, e parte in quelli dei progettisti, delle imprese e delle committenze – vogliamo tracciare la sequenza dall’ascesa, al culmine, fino al declino della Scuola italiana di Ingegneria.

 

 

Marida Talamona

(Universitàdegli Studi Roma 3)

Casa Malaparte: fotografie del cantiere e cronologia della costruzione

Casa Malaparte è stata costruita a Capri negli anni tra il 1938 e il 1943, durante i quali Malaparte alternava brevi soggiorni nell’isola a lunghi mesi all’estero come inviato del Corriere della Sera sui vari fronti di guerra. A partire dal suo viaggio in Etiopia, dal gennaio ad aprile 1939, Malaparte cominciò ad usare la macchina fotografica aggiungendo alle sue corrispondenze l’invio di immagini di paesaggi, uomini e cose. Lo stesso avvenne per il cantiere caprese. Malaparte usò la fotografia per verificare l’architettura della casa in rapporto al paesaggio e per dare nuove indicazioni all’imprenditore caprese. Il tutto a partire dalla famosa fotografia della scalinata della Chiesa dell’Annunziata a Lipari. Le foto di cantiere sono fondamentali per documentare le diverse fasi della costruzione, le opere realizzate e cancellate, un procedere per aggiunte e sottrazioni fino a quando l’architettura della casa trova la sua forma ultima.

 

 

Marica Forni

(Politecnico Milano)

La fotografia in cantiere: il caso del QT8 a Milano

L’impiego della fotografia ha un ruolo determinante nella documentazione dell’impresa avviata con la costruzione del quartiere sperimentale della VIII Triennale di Milano. La “narrazione fotografica” della costruzione dell’architettura si svolge, con specifiche e differenti intenzionalità comunicative, attraverso le fasi del progetto, dell’esposizione temporanea, del cantiere. Il contributo al Convegno si focalizza su questi aspetti con riferimento alla prima fase di realizzazione del quartiere (1947-1950) ricorrendo a un più ampio insieme di fonti documentarie, indispensabili per rileggere la documentazione fotografica. Questa racconta la sintetica traccia di una parabola effimera dove il tentativo di trovare una risposta corale e innovativa alla drammatica e complessa questione della casa diventa occasione per immaginare le possibili traiettorie di industrializzazione del processo edilizio. La prefabbricazione, che si prospetta come lo strumento più efficace, trova nel QT8 alcune opportunità di sperimentazione, le cui potenzialità resteranno tuttavia isolate, disattese dalle strategie di sviluppo imposte a partire dal 1949 dal Piano Fanfani.

 

 

Maria Antonietta Crippa

(Politecnico di Milano)

I cantieri del grattacielo Pirelli di Regione Lombardia

La documentazione e interpretazione fotografica dei due importanti cantieri del grattacielo Pirelli, corpo centrale della sede di Regione Lombardia, è oggi fonte di primaria importanza per la comprensione dell’edificio come monumento dell’architettura italiana del XX secolo. Il primo cantiere consente di conoscere anche le condizioni di lavoro e di contesto urbano a metà del secolo. Il secondo aggiunge un’approfondita esplorazione delle sue tecnologie costruttive e dei suoi materiali. Il grattacielo è oggi icona della storia contemporanea internazionale, opera di un Gio Ponti maturo, in dialogo con due protagonisti della scuola d’ingegneria italiana, Danusso e soprattutto Nervi. Campagne di celebri fotografi, come Arno Hammacher e Paolo Monti, e fotografie con carattere solo documentario dei lavori in corso sono componenti essenziali di un senso storico moderno, attento ai processi oltre che agli esiti, anche nell’ambito dell’architettura.

 

PALAZZO LOMBARDIA

(Sala Biagi, ingresso n. 4, 1° piano)

Piazza Città di Lombardia - Milano

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